C’è un sito, si chiama Phica.eu. Da vent’anni resiste online, indifferente a denunce e inchieste. Dentro non ci trovi soltanto fotografie rubate a personaggi noti – cantanti, attrici, influencer – ma soprattutto migliaia di immagini di ragazze comuni, schedate per città, nominate con nome e cognome. Non serve chissà quale abilità investigativa: basta digitare su Google un nome accanto alla parola “Phica” e la persona che cerchi compare. Un archivio. Una schedatura.
La macchina funziona in modo semplice: qualcuno prende una foto da un profilo social, o da una spiaggia, o da una telecamera di sicurezza. La carica sul forum. Poi la folla anonima dei commentatori comincia a dissezionare, a ridurre il corpo in porzioni: una gamba, un sedere, una scollatura. Nessuno parla più di persone, si parla di pezzi di carne. E se le immagini non bastano, arrivano le fantasie, le minacce, gli inviti a scavalcare cancelli, a intrufolarsi nelle case.
Le storie di chi ci è finita dentro fanno impressione. Anna Madaro, attrice tarantina, ha consegnato in questura un plico di centosessantasei pagine con centinaia di file.
Martina Attili, cantante, ha raccontato la paura di vedere diffuso il proprio indirizzo di casa insieme a commenti violenti. Nicole Rossi, attrice, si è trovata costretta a denunciare con l’assurda accusa di “violazione di copyright”, come se il problema fosse un diritto d’autore e non un’aggressione.
Eppure, nonostante denunce, nonostante articoli, nonostante indignazioni, il sito è rimasto ancora lì.
Forse è questo il dettaglio più amaro: la persistenza. In Italia ci abituiamo a tutto. Lo scandalo scoppia, diventa virale, per qualche giorno se ne parla ovunque. Poi cala il silenzio, e ciò che sembrava intollerabile torna ad essere normale.
È la stessa normalità che permette a un forum del genere di sopravvivere per vent’anni, nonostante tutto.
Guardare non è mai stato un reato. Guardare è parte della vita: ci si guarda per strada, al bar, in spiaggia. Il problema nasce quando lo sguardo smette di essere incontro e diventa possesso. Quando la persona osservata si riduce a superficie, a pixel da archiviare, a “contenuto” da consumare.
In queste pagine virtuali, migliaia di donne smettono di essere sé stesse e diventano oggetti di scambio. Non importa che abbiano talento, lavoro, sogni, una famiglia. Non importa che abbiano scelto di condividere una foto per gioco, per lavoro, per piacere.
Quel gesto, che dovrebbe essere libertà, viene piegato a prigionia: la stessa immagine, caricata da loro con un intento preciso, viene risucchiata in un altrove senza regole, commentata da sconosciuti che ne decretano il valore come carne da macelleria.
E allora scatta la paura. “Se pubblico una foto in costume, dove finirà?”, si chiedono in molte. E con la paura arriva l’autocensura: meglio non mostrarsi, meglio non rischiare.
Ma non era questo lo scopo dei social, della rete? Non dovevano essere spazi per raccontarsi, per esprimersi, per dire “io ci sono”?
Phica.eu è un sito, sì. Ma è anche il sintomo di qualcosa di più profondo: una cultura che ancora non sa distinguere tra libertà e abuso. Una cultura che confonde il diritto di parola con il diritto di ferire, il diritto di guardare con il diritto di possedere.
Ogni volta che una ragazza viene ridotta a immagine, ogni volta che un uomo pensa di poter commentare in modo osceno una foto rubata, si alimenta quella cultura. E ogni volta che ci voltiamo dall’altra parte – pensando che “tanto non riguarda me”, che “sono solo cose da internet” – “questa” cultura si consolida.
La verità è che questa violenza non è virtuale. È reale. Lascia ferite che non si vedono, ma che pesano. Cambia il modo in cui ci si percepisce, il modo in cui ci si presenta al mondo. È un freno invisibile, una catena digitale che tiene legate migliaia di persone.
Noi di Alare di Luana Cotena crediamo che la moda, l’arte, la comunicazione non siano travestimenti, ma manifesti di identità. Un vestito, un’immagine, una parola: tutto serve a dire chi siamo, a raccontare la nostra unicità.
Nessuno dovrebbe avere paura di farlo. Nessuno dovrebbe pensare: “Se mi mostro, finirò tra le mani di sconosciuti”.
Il diritto di essere online senza paura è un diritto elementare. Non riguarda solo le donne coinvolte in questo scandalo. Riguarda tutti. Perché ogni volta che una libertà viene tolta a qualcuno, anche gli altri imparano a censurarsi.
Ogni volta che un corpo viene ridotto a merce, tutti diventiamo un po’ meno liberi.
La rabbia da sola non basta. Non basta indignarsi su Instagram, non basta condividere un articolo. Serve agire,trasformare lo sdegno in pressione, in richieste concrete, in leggi più severe. Serve ricordare che internet non è una terra di nessuno, ma un luogo in cui valgono regole, diritti, responsabilità.
Per questo è stata lanciata una petizione nazionale per chiedere la chiusura di Phica.eu e per ottenere una tutela più forte contro la violenza digitale. Non è una bacchetta magica. Non basterà una firma a cambiare tutto.
Ma è un inizio.
È un modo per dire: “Io non ci sto, mi ribello.” Firma qui la petizione: https://chng.it/4YjL4c72qm
Perché non siamo contenuti, siamo persone. Perché la rete deve essere un luogo di libertà, non una gabbia. Perché nessuno deve avere paura di mostrarsi per ciò che è.
Scritto da: Miriam Lombardi
