No Other Choice: la distopia del merito

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Il film di cui andremo a parlare oggi è una pellicola che ricalca temi affini a quelli di cui ci occupiamo ad Alare di Luana Cotena: No Other Choice.

L’opera di Park Chan-wook si inserisce in una riflessione più ampia sul rapporto tra identità, lavoro e valore umano, là dove il sistema economico non si limita a organizzare l’esistenza, ma finisce per determinarne la legittimità stessa. In questo senso, No Other Choice torna ad esplorare l’ossessione, la colpa e la violenza attraverso una storia semplice solo in apparenza, ma profondamente ed eticamente corrosiva.

Il film parla di un uomo qualunque, un operaio altamente specializzato della filiera della carta che viene licenziato dopo anni di lavoro stabile. Il protagonista si ritrova catapultato in un mondo dove il suo valore è valutato con la produttività. Un mondo in cui un uomo disoccupato vale zero. È l’inizio di una discesa lenta e inesorabile verso una spirale di violenza e situazioni al limite del grottesco.

La società descritta da No Other Choice è un mondo solo in apparenza libero. È un luogo dove non è necessaria la perdita della libertà dell’individuo per definirlo una distopia, una dittatura, ma un luogo dove vengono applicati degli alti standard di successo, normalità e dignità umana, lasciando al singolo il dovere di adeguarsi per non essere lasciato indietro.

Il nucleo tematico risiede quindi nelle aspettative sociali, ormai così interiorizzate da divenire una pressione costante che opprime e assale il protagonista in ogni scena poiché ogni sguardo di compassione, ogni colloquio rifiutato è una batosta morale che lo abbatte sempre di più.

Tutto questo conduce all’elemento forse più disturbante di tutta la pellicola: l’autocolpevolizzazione.

Il sistema non punta mai il dito, non dice esplicitamente “sei sbagliato”, ma crea costantemente le condizioni affinché il protagonista si senta proprio in questo modo.

L’autocolpevolizzazione conduce ad estremizzare la soluzione in una serie di delitti riassumibili con la frase: in un mondo super-competitivo, l’unico modo di andare avanti è eliminare la competizione.

La regia di Park Chan-wook conduce lo spettatore per mano affinché provi fisicamente la claustrofobia che il protagonista stesso sente sulla sua pelle, lo fa guidandolo in spazi ripetitivi e soffocanti, con un ritmo che insiste su una routine monotona e sull’assenza di alternative.

Anche quando si intravede una via di fuga, il prezzo da pagare è troppo alto.

No Other Choice è un film che non vuole fornire una soluzione al problema delle aspettative in una società malata come quella in cui viviamo, vuole essere una denuncia. Vuole dare consapevolezza allo spettatore affinché “cambi le cose dall’interno”, perché il vero orrore non sta nel non avere una scelta ma nell’accettare che tutto ciò sia considerato la normalità.

Articolo scritto da: Angelo Lubrano

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