Se il cinema di Chloé Zhao ha sempre avuto un tratto riconoscibile, è la capacità di trasformare il paesaggio in emozione perché la natura non è semplice sfondo, ma specchio dell’anima. Dai silenzi di Nomadland fino alle sue opere più recenti, la regista ha costruito uno sguardo intimo, fatto di gesti essenziali.
Con Hamnet – Nel nome del figlio, Zhao firma forse il suo lavoro più struggente: un racconto sul lutto e, soprattutto, su come l’arte nasca dalla perdita e di come elabori il dolore. Ed è proprio su quest’ultimo punto che vogliamo concentrarci noi di Alare di Luana Cotena con questa recensione.
Il film ci porta nell’Inghilterra Elisabettiana e segue la vita familiare di William Shakespeare, interpretato da Paul Mescal, qui osservato più come marito e padre che come mito letterario, dato che in gran parte seguiamo la storia attraverso i silenzi e gli sguardi intensi di Agnes, moglie del famoso drammaturgo, interpretata da Jessie Buckley.
Agnes e William si sposano giovani, in un piccolo villaggio, dopo aver superato le resistenze delle rispettive famiglie. Nella pellicola notiamo il profondo legame che la donna ha con la natura e per questo viene emarginata dalla comunità in quanto ritenuta “diversa”, una strega. Ma Agnes e Will riescono a coronare presto il loro sogno d’amore, mettono su famiglia ed è proprio a questo punto che subentra lo spettro della peste.

La pellicola quindi apre una ferita e piuttosto che guarirla in maniera asettica, ci mostra un percorso di guarigione attraverso gli occhi di Agnes e di Shakespeare.
Il film parla per immagini, comunica attraverso i corpi degli attori e perfino tramite i loro costumi. Jessie Buckley infonde al dolore di Agnes una performance viscerale, fatta di sguardi persi nel vuoto ma anche di atti rabbiosi come può essere un urlo, scatti improvvisi o il dare libero sfogo ad emozioni a lungo tenute sotto controllo. Il suo dolore viene percepito dallo spettatore, è tattile, una brace eterna che nulla sembra poter spegnere.
Defilato, quasi messo in secondo piano, c’è William. Ma anch’egli soffre, elabora il lutto anche se lo vediamo poco. Qui si nasconde uno dei temi più dirompenti: l’arte salva, ha il potere di far elaborare anche il più grande dei dolori che la vita può infliggere.
Shakespeare traspone il suo tormento all’interno di un’opera che noi tutti conosciamo, Hamnet diventa Hamlet e ridisegna i contorni della realtà, la trasforma in una storia in cui chiunque può immedesimarsi: lo rende universale.
Declina il lutto in un linguaggio in cui le differenze di stato sociale, di pensiero e qualsiasi altra diseguaglianza tra persone hanno poco valore e tutto viene riportato ad uno stato di natura, dove sono i sentimenti a contare davvero.
Per il tempo in cui ammiriamo l’opera, siamo come una grande rete di mente e corpi. Siamo quella folla all’interno del Globe che da singoli individui si trasforma in un unico corpo uniti dal potere della condivisione.
Articolo scritto da: Angelo Lubrano
