Frankenstein di Guillermo del Toro è un film animato dalla scintilla della vita: sembra respirare, soffrire, cercare un posto nei cuori di chi lo guarda (un po’ come i suoi protagonisti), e ci riesce.
È un’opera che arriva a toccare corde che pochi autori sfiorano con la delicatezza di cui del Toro è maestro. Ambientato in un’ombrosa Europa ottocentesca, è permeato dello spirito del pieno Romanticismo, in cui l’uomo tenta di comprendere la natura e di sopraffarla. Il tutto per sovvertire le leggi che essa ha imposto a noi comuni mortali.
Ma Guillermo del Toro non è nuovo a film di questo calibro: la sua carriera è costellata di atmosfere gotiche, outsider in cerca di un posto nel mondo e creature (o mostri) che non sono mai ciò che il loro aspetto suggerisce a un primo sguardo. Un po’ come ne La forma dell’acqua o in Hellboy, dove più che mostri ci troviamo di fronte a dèi o a eroi.
Ed è per questo che noi di Alare di Luana Cotena abbiamo scelto di parlarvi di questa pellicola: anche noi promuoviamo l’atto di andare oltre le apparenze, oltre l’aspetto esteriore, per scavare in profondità nelle persone attraverso le loro storie, attraverso ciò che hanno da dire.
Le atmosfere di questa nuova opera ricordano un altro film del regista messicano, Crimson Peak, in cui aveva attinto a piene mani dalla tradizione gotica. Il film racconta la storia di Viktor Frankenstein, un giovane scienziato che porta nel petto un enorme vuoto lasciato da sua madre, morta dando alla luce il fratello minore.
Viktor è un uomo incompleto, geniale, sofferente e per questo pericoloso, perché non si pone limiti, nemmeno quelli che Dio ha imposto al mondo (per citare una scena del film). È un nuovo Prometeo, deciso a donare all’umanità il potere di vincere, una volta per tutte, la Morte, ma con conseguenze imprevedibili.
Il cuore pulsante della pellicola è però la Creatura: questo (apparente) mostro composto da pezzi di cadaveri recuperati da campi di battaglia o dalle spoglie di condannati a morte.
È un essere che non nasce: qualcuno lo crea con violenza, lo trascina in questo mondo e poi lo abbandona.
Qui inizia il suo viaggio: la scoperta di possedere un mondo interiore affamato di conoscenza, amore e gentilezza, contrapposto a un viaggio reale che lo porterà, tra mille sofferenze, fino ai confini del mondo conosciuto.
La fotografia del film sceglie tre colori principali – rosso, verde e blu – e con grande maestria compone veri e propri quadri in cui è facile perdersi e immedesimarsi nei personaggi sullo schermo.
È un film in cui ogni inquadratura racconta un sentimento, ogni mostro riflette una verità e ogni personaggio combatte per essere visto davvero. Un’esperienza intensa, delicata e memorabile.
Articolo scritto da: Angelo Lubrano
