C’è ancora domani e ci sarà sempre, ma per quanto tempo dovremmo ancora aspettare?

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C’è ancora domani e ci sarà sempre, ma per quanto tempo dovremmo ancora aspettare? 

Per capire perché parlare di violenza di genere sia, nel 2025, ancora necessario, è utile ripercorrere una breve traiettoria storica. Per secoli la società ha considerato la donna una proprietà, un’appendice, una funzione.

Nel diritto romano era soggetta alla patria potestas; nel Medioevo la sua identità si intrecciava indissolubilmente con il matrimonio; nell’Ottocento l’emancipazione era poco più che un sussurro. Eppure, proprio in quegli spazi soffocati, le donne hanno iniziato a generare una rivoluzione silenziosa: scuole, diritti civili, lavoro, autodeterminazione. Conquiste faticose, spesso pagate con il prezzo della marginalità, della violenza e spesso della vita.

Ed è qui che entra C’è ancora domani, il film di Paola Cortellesi che scardina la retorica dell’“era un’altra epoca” e ci ricorda che la violenza non è mai solo un fatto privato, né mai del tutto confinato nel passato. Cortellesi ci mostra una Roma del dopoguerra dove Delia (protagonista), come tante donne, vive tra umiliazioni quotidiane e un silenzio così pesante da diventare struttura, abitudine, destino.

L’emancipazione, in quel mondo, non è un atto eroico: è un atto minimo, un respiro appena più profondo.

Cortellesi ha dichiarato che il film è dedicato a sua figlia, con l’intento di ricordare quanto i diritti faticosamente conquistati (come il diritto di voto, che in Italia per le donne arrivò nel 1946) possano essere messi in pericolo se non vengono difesi con memoria e impegno. 

L’ambientazione in bianco e nero, lo stile che richiama il neorealismo, conferiscono al film una forza simbolica che trascende il tempo: la violenza mostrata è potente anche perché sembrerebbe appartenere a “un’altra epoca”, ma la musica contemporanea usata nel film ci ricorda che i problemi narrati non sono del tutto superati. 

L’arco che collega Delia alle donne di oggi non è solo storia, ma consapevolezza.

Abbiamo percorso molta strada, è vero. Ma la fatica di essere ascoltate, di essere credute, rispettate, rimane una forma contemporanea di violenza sottile, normalizzata, quotidiana.

Nel mondo del lavoro la differenza tra uomo e donna continua a essere un solco che si finge crepa: piccola, ma sempre lì, pronta a limare le possibilità. Ancora oggi istituzioni, aziende e consuetudini tradiscono la promessa della parità: pagano le donne meno degli uomini, interrompono le loro carriere, ascoltano la loro voce solo quando torna utile e trattano la maternità come un rischio invece che come un diritto.

Le donne di oggi, come Delia ieri, lottano contro un sistema che pretende ordine e silenzio, che accoglie le loro competenze ma fatica ad accettare la loro autorità.

Il mondo del lavoro è la nuova casa grigia del dopoguerra: più moderna, certo, ma ancora attraversata da quelle dinamiche sottili che decidono chi merita di sedere al tavolo e chi può, al massimo, apparecchiarlo.

Le disuguaglianze salariali nel mondo del lavoro oggi. Non è solo una questione di accesso: anche quando le donne arrivano a ruoli dirigenti o manageriali, il salario non è pari a quello dei colleghi uomini. Le statistiche lo confermano con chiarezza.

  • In Italia, secondo dati recenti dell’ANSA, le donne dirigenti guadagnano mediamente il 27,3% in meno rispetto agli uomini nelle posizioni apicali. it
  • Sempre in Italia, il divario retributivo generale (gender pay gap) è di circa il 20%: le donne percepiscono una retribuzione giornaliera media significativamente inferiore rispetto agli uomini, secondo il Rendiconto di Genere dell’INPS.

Questi dati dicono una cosa netta e vigorosa: anche quando le donne raggiungono ruoli di potere e leadership, devono lottare per essere pagate quanto meritano. Non basta rompere il tetto di cristallo: c’è un muro più sottile ma altrettanto solido che tiene il loro valore più basso, anche nei posti più alti.

E allora il 25 novembre, Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, non è un rituale a se stante, né una ricorrenza da calendario. È un promemoria ardente: ci ricorda che c’è ancora fuoco da alimentare, ancora storie da ascoltare, e silenzi da rompere. 

C’è ancora domani, d’altra parte, è un grido di resistenza: un film che racconta la ferita della violenza ma al contempo illumina la via per un riscatto.

Perché sì, c’è ancora domani. Quel domani, però, non si costruisce da sé: dobbiamo costruirlo, difenderlo e alimentarlo, come un focolare che scegliamo ogni giorno di non lasciare spegnere.

Scritto da: Mariarosa D’Alessandro

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